Vestigia romane

 

A Roma nelle adiacenze dell’area di servizio dell’autostrada Roma L’Aquila nella zona vicino a via Tiburtina limitrofa al G.R.A. sono visibili i resti di una strada romana che collegava l’attuale quartiere La Rustica con il fiume Aniene.

Originariamente realizzata come tracciato di servizio per la realizzazione e manutenzione di un cunicolo di drenaggio incassato negli strati tufacei affioranti, la strada si trasforma ben presto in una via di comunicazione rilevante che prova come la zona fosse già venti secoli fa un insediamento importante.

Del resto la Roma dei primi secoli contava su una popolazione rilevante ben superiore al milione di abitanti e si espandeva quasi quanto quella attuale considerando che l’architettura romana, pur contando edifici multipiano, era decisamente meno intensiva rispetto a quella attuale.

A nord il fiume Aniene è caratterizzato da cave di tufo a cielo aperto alcune ancora utilizzate e nella zona sottoposta ad indagini è compresa quella situata in prossimità di via Mirtillo.

Ad ovest troviamo invece una grande opera dell’ingegneria romana: l’ Acquedotto Vergine.

Si tratta di uno dei primi acquedotti  di Roma, esattamente il sesto realizzato per ordine dell’imperatore Augusto dal suo “ministro delle infrastrutture”  Agrippa , attorno al  19 a.C..

L’acquedotto Vergine, Virgo in latino, nasce  per alimentare il  Campo Marzio dedicato alle manovre militari ma dotato di un grande impianto termale che divenne addirittura il primo impianto pubblico realizzato a Roma.

L’Acquedotto Virgo è stato creato quasi interamente in galleria e per questo motivo è attualmente l’unico acquedotto della Roma antica tutt’ora ancora funzionante.

Il suo tracciato sotterraneo spesso scavato nel tufo non si prestava infatti a fornire materiale da costruzione a basso costo nelle epoche successive al disfacimento dell’impero, al contrario dei grandi acquedotti realizzati in superficie che una volta smantellati potevano fornire grandi quantità di eccellenti mattoni di recupero.

L’acquedotto della Vergine è un opera idraulica di raffinata ingegneria con una portata superiore ai 100 milioni di litri al giorno che inizia dalle sorgenti dell’area al Km 10,500 della via Collatina, un bacino compreso in quello idrogeologico del fiume Aniene.


L’acquedotto Virgo dopo aver seguito la via Collatina sino alla zona di Portonaccio attraversa Pietralata, la Nomentana e la Salaria, prosegue sotto Villa Ada e il Muro Torto per arrivare al Pantheon e alle terme di Agrippa per raggiungere infine Trastevere.

Un percorso decisamente fuori del comune che suggerisce la possibilità di una accurata pianificazione urbanistica. Secondo alcune ipotesi il tracciato dell’Acquedotto Virgo doveva essere funzionale alla prevista espansione di Roma in direzione nord-est.

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Lo strano percorso dell’Acquedotto Virgo (fonte Cassius Ahenobarbus)

Le celeberrime fontane di Trevi, piazza di Spagna e piazza Navona sono alimentate dall’acquedotto Virgo.

Proprio dall’elenco delle zone attraversate e collegate si evince l’importanza dell’acquedotto e il motivo per il quale sia stato spesso oggetto, anche in epoca medioevale, di estesi interventi di manutenzione che lo rendono funzionale anche oggi.

La nota dolente invece sono le sue sorgenti ormai da tempo assorbite dal tessuto urbano della Capitale e per questo la sua acqua, un tempo purissima e di eccellenti caratteristiche organolettiche, è stata deteriorata dai liquami urbani divenendo inadatta al consumo umano e utilizzabile quindi solo per  l’irrigazione, l’alimentazione delle fontane ed altri utilizzi per i quali sono adatte acque non potabili.

Questa è l’ennesima dimostrazione che viviamo nella boccia del pesce rosso e non possiamo permetterci di inquinare la nostra “tavola” senza subire pesanti conseguenze.

La zona esaminata era disseminata di grandi ville padronali e piccoli casali per i contadini.

I Romani furono spesso precursori nell’ingegneria e nell’ecologia e le loro costruzioni tendevano a sfruttare le acque di pioggia raccolte dai tetti convogliandole in vasche aperte di semplice realizzazione o in cisterne più complesse e costose perché interrate o realizzate nel sottosuolo con complessi lavori di scavo in strati di roccia.

A nord della zona è stata ritrovata una cisterna a cunicoli che faceva parte delle dotazioni di una grande villa patrizia.

La cisterna a cunicoli rappresenta un evoluzione importante di quella semplice costituita da una piccola camera o una grotta, perché consta di un pozzo centrale profondo solo i pochi metri necessari a raggiungere uno strato di terreno roccioso o compatto, dal quale si diramano a raggiera corti cunicoli per immagazzinare l’acqua piovana.

Piccoli cunicoli sono molto più semplici da scavare e puntellare efficacemente rispetto ad ambienti grandi che li sostituiranno in periodi successivi con l’affinamento delle tecniche costruttive.

Le cisterne venivano realizzate con pareti in tufo impermeabilizzate con argilla e intonaco di calce idraulica.

L’argilla è l’impermeabilizzante naturale più efficace mentre la calce garantisce all’intonaco bagnato la solidità perché la calce idraulica possiede la caratteristica di compattarsi e consolidarsi maggiormente proprio quando viene immersa o rimane a contatto con l’acqua.

La forma più semplice per i cunicoli era a tronco di piramide più larga alla base (circa 120 cm) si rastremava verso l’alto per sfruttare l’effetto arco ai fini della stabilità.

Un metro di cunicolo poteva immagazzinare circa 2.000 litri di acqua e una cisterna a 4 cunicoli era in grado di raccogliere circa 50.000 litri pari al consumo attuale di una famiglia media italiana di due mesi e mezzo ma 2.000 anni fa il consumo di acqua per abitante era molto inferiore.

Una tale riserva d’acqua permetteva di realizzare una riserva che rendeva una famiglia patrizia romana e i propri lavoratori e schiavi autosufficienti per qualche mese. Un tempo ampiamente sufficiente a mantenere intatto il tenore di vita anche nei periodi dell’anno più secchi o eccezionalmente privi di precipitazioni atmosferiche di adeguata importanza.

L’acqua è sempre stato un elemento fondamentale per la vita ma 20 secoli fa disporre di una riserva d’acqua senza soluzione di continuità rappresentava un simbolo di potere oltre a soddisfare necessità vitali.

Naturalmente Roma era già una città splendida, molte case disponevano addirittura di acqua corrente approvvigionata dagli undici acquedotti primari ed esistevano migliaia di fontane pubbliche, quasi mille piscine, undici terme e addirittura cinque laghi artificiali.

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Gli acquedotti romani superavano i valloni con viadotti ad archi sovrapposti, mentre le colline venivano traforate con gallerie sotterrane raggiunte ad intervalli regolari da pozzi di ispezione. Per evitare che l’acqua raggiunga velocità troppo elevate l’acquedotto possiede pendenze medie estremamente basse dell’ordine di qualche centimetro ogni cento metri di lunghezza.

In un epoca nella quale venivano costruite le “meraviglie” cioè grandi opere anche per impressionare la propria popolazione e quelle limitrofe allo scopo di consolidare la propria potenza e il potere con la “pubblicità” che queste indubbiamente garantivano, gli acquedotti romani restano opere pubbliche insuperabili in questo senso proprio perché oltre ad essere “meravigliose” offrivano anche supporto a necessità primarie della collettività.

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Dislivelli profondi, generalmente di 50 metri e oltre venivano superati con un sistema detto a sifone con il quale l’acqua veniva fatta scendere in una condotta chiusa quasi verticalmente per poi superare in orizzontale il fondo del vallo e risalire sfruttando l’energia accumulata sul versante opposto. Questo sistema prevedeva che il versante di arrivo fosse convenientemente meno elevato di quello di partenza e che si limitasse il dislivello creando un viadotto per evitare che un salto di quota troppo grande potesse rompere i tubi realizzati allora in argilla cotta. Quando molti secoli dopo entrarono in produzione le condotte metalliche il salto di quota superabile con i sifoni è enormemente aumentato ma l’uso del metallo a contatto con l’acqua potabile non è mai consigliato.

Gli acquedotti romani erano infine unici e non riproducibili dalle altre civiltà che non disponevano delle conoscenze ingegneristiche necessarie alla loro realizzazione.

Il contributo giornaliero degli acquedotti romani era addirittura superiore a quello della Roma attuale con stime che parlano di una quantità doppia di acqua potabile.

Le fontane cittadine hanno sempre avuto un triplice scopo: utile, decorativo e sociale.

L’utilità risiedeva nella possibilità di mettere a disposizione dei cittadini di quantità d’acqua illimitate in quartieri chiusi e normalmente lontani dalle fonti di approvvigionamento classiche considerando che anche i fiumi e i torrenti che scorrevano all’interno degli insediamenti urbani, scorrendo a cielo aperto, erano di norma soggetti a facile inquinamento.

Al contrario le fontane venivano alimentate da canali protetti, sotterranei che proteggevano efficacemente le acque di adduzione dalla luce solare e dall’inquinamento.

Le fontane arricchivano indubbiamente il tessuto urbano e frequentemente venivano realizzate artisticamente in maniera molto pregevole: fontane monumentali.

La terza caratteristica peculiare delle fontane era il loro essere pubbliche e disponibili per tutti in contrapposizione alle sorgenti, ai pozzi e ai corsi d’acqua che quasi sempre possedevano un proprietario diretto cioè il realizzatore dell’opera oppure indiretto il proprietario del terreno che precludevano agli altri l’approvvigionamento idrico.

Al contrario le fontane cittadine erano di tutti e chiunque ne poteva liberamente usufruire sottolineando in questo modo l’equità sociale con la loro esistenza.

Con la caduta dell’impero romano gli acquedotti rimasero privi di manutenzione e fecero lentamente mancare il loro apporto vitale anche per opera dei razziatori di materiale da costruzione che fecero strage delle grandi opere idrauliche di superficie.

Dobbiamo arrivare attorno al 1200 per trovare nuovamente estese opere di restauro funzionale degli acquedotti romani e persino tentativi estesi di costruirne di nuovi simili.

Nella sola Roma imperiale era stato realizzato un sistema idrico integrato e futuristico con 11 acquedotti che prelevavano acqua da sorgenti selezionate per la qualità dell’acqua portando nella capitale un flusso impressionante di 500 milioni di litri di acqua potabile ogni giorno per alimentare 1350 fontane pubbliche, 11 enormi complessi termali, più di mille bagni pubblici e 150 latrine pubbliche.

In un periodo storico lontano quasi 20 secoli la popolazione di Roma superiore era certamente superiore al milione di abitanti e poteva contare su un approvvigionamento idrico giornaliero mostruoso per l’epoca e molto superiore ai consumi di oggi. La Roma imperiale con circa 500 litri pro capite giornalieri aveva consumi cinque volte superiori a quelli dell’odierna Agrigento.

Non solo l’acqua doveva essere limpida, incolore e inodore ma gli ingegneri romani sapevano bene che il contatto con metalli, luce solare e calore potevano rendere l’acqua non potabile.

Per questo l’acqua veniva utilizzata corrente, trasportata in condotte di argilla cotta e conservata in cisterne sotterranee.

Le grandi terme imperiali di Caracalla avevano un serbatoio di accumulo interrato gigantesco in grado di contenere oltre 10 milioni di litri d’acqua. corrispondenti al fabbisogno odierno di una città siciliana di 100.000 abitanti.

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Una delle più belle fontane di Roma alimentate dall’Acquedotto Virgo è quella delle Tartarughe in piazza Mattei. Un piccolo gioiello assolutamente da ammirare. (fonte ZERO99 onlus)

Una delle fontane di Roma che venivano alimentate dall’acquedotto della Vergine è stata realizzata nell’odierna piazza Mattei e prende il nome di fontana delle Tartarughe.

La sua storia è interessante ed intimamente collegata a quella dell’acquedotto e vale la pena di approfondirla in questa sede.

Nella metà del XVI° secolo vengono portati a termine estesi lavori di manutenzione dell’Acquedotto Virgo.

Parallelamente a questi nel 1570 l’amministrazione di Roma vara un piano per la realizzazione di un certo numero di fontane di tipo ordinario e di tipo monumentale lungo il percorso dell’opera di approvvigionamento idrico.

Il piano viene affidato alla direzione tecnica del progettista Giacomo della Porta che realizzerà il suo capolavoro di piazza S. Mattei.

La fontana in effetti era destinata altrove ma viene spostata per il decisivo intervento del duca Muzio Mattei, un potente e ricco esponente della nobiltà papale che la vuole assolutamente avere nella piazza interna al vasto gruppo edilizio di sua proprietà, impegnandosi a contribuire alle spese di allestimento della piazza e alla manutenzione della fontana.

Muzio Mattei segue personalmente i lavori influendo sulle scelte progettuali come la realizzazione delle statue in bronzo piuttosto che in marmo ad opera di Taddeo Landini che diverranno stilisticamente l’elemento principale dell’opera prevalendo sulla raffinata e delicatissima architettura policroma marmorea.

Le quattro figure di efebi in bronzo alzano il braccio quasi a spingere quattro tartarughe che però furono aggiunte quasi un secolo dopo per decisione di Papa Alessandro VII che le commissionò a Gian Lorenzo Bernini e da allora completano la fontana.

L’opera è veramente bella e vale la pena di ammirarla in tutto il suo splendore e di conoscere anche alcune curiosità che la riguardano come la leggenda, naturalmente mendace, che vuole sia stata edificata in una sola notte per consentire al duca Mattei di conquistare la sua futura sposa.

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Una illustrazione della fontana delle Tartarughe all’epoca della sua prima rivisitazione denunciata dalla presenza delle tartarughe stesse.

Confrontando l’immagine litografica riportata insieme alle notizie storiche di fianco alla fontana con l’aspetto attuale dell’opera si nota immediatamente l’assenza del potente getto d’acqua in sommità sostituito oggi da un modesto zampillo.

La differenza è dovuta alla circostanza che negli anni l’avanzare della Città di Roma e del suo interland ha raggiunto l’area ove insistono le sorgenti di alimentazione dell’Acquedotto Virgo inquinandole. L’acqua non solo non è più adatta al consumo umano ma ha cominciato a trasportare anche elementi dannosi che combinandosi con l’inquinamento cittadino hanno iniziato a deteriorare i materiali della fontana.

Del resto la pregevolissima opera d’arte è stata sempre estremamente sensibile al contenuto elevato di calcare presente nelle acque di Roma e del Lazio richiedendo costantemente estesi lavori di manutenzione sin dalla sua realizzazione.

Non è un caso infatti che lo stesso duca Mattei ottenne i molti privilegi già descritti solo quando si impegnò a pagare le opere di manutenzione e pulizia della fontana stessa già previste come decisamente rilevanti.

Per evitare questi problemi e per limitare il consumo d’acqua che originariamente veniva utilizzata e scaricata subito dopo direttamente nelle fogne, alla fine degli anni ’70 è stato realizzato un impianto di trattamento e riciclo delle acque purtroppo malfatto e ben presto collassato che deve essere sostituito da un nuovo impianto all’inizio del nuovo millennio.

L’acqua ora viene utilizzata a ciclo continuo e costantemente riciclata e depurata come in una piscina ma evitando di aggiungere cloro per minimizzare gli effetti corrosivi della sostanza igienizzante sull’opera.

Roma è sempre stata la città delle acque ma sempre di più dobbiamo abituarci a considerare l’acqua un bene prezioso e a non sprecarla mai più come si poteva fare in passato quando la popolazione mondiale era valutata in milioni e non in miliardi facendo sembrare la Terra smisurata.

Oggi la Terra è divenuta piccola e anche l’acqua come le altre risorse planetarie non può più essere considerata illimitata.

Fare i “turisti” a Roma è un’emozione anche per i Romani come dimostra subito una passeggiata a piazza Mattei.

La piazza è piccola e raccolta, un’atmosfera intima che ci rapisce quando appare la fontana delle Tartarughe.

L’opera è di dimensioni non eccessive in armonia con quelle della piazza ma l’occhio viene subito colpito e l’immaginazione rapita dalle figure in bronzo che fanno tralasciare completamente i gruppi marmorei pur pregevoli rendendo ancora più piccola la fontana e intima è l’impressione che ci trasmette.

Gli efebi sono delle dimensioni di ragazzi ma per uno strano gioco prospettico sembrano più piccoli e vicini posti poco sopra la linea visuale di un adulto.

Si rimane colpiti immediatamente e profondamente e anche se abbiamo poco tempo a disposizione l’impulso di godersi questo spettacolo con calma è fortissimo: quindi prendiamoci qualche minuto rubandolo ai nostri mille impegni, dopo tutto cosa sarebbe vivere senza emozioni?

Il lodevole sistema di riciclo della fontana induce infine a riflessioni ecologiche importanti. A Roma si consuma troppa acqua potabile 250 litri giorno per abitante contro una media in Italia di 175 litri/giorno.

Solo 25 litri/giorno vengono utilizzati per usi alimentari e i romani utilizzano anche quasi 1 litro/giorno di acqua minerale in bottiglia.

L’acqua in bottiglia è deleteria per il suo notevole impatto ambientale nel 2007 in Italia sono stati consumati 12,4 miliardi di litri di acqua imbottigliata per l’80% confezionati in bottiglie in PET da 1,5 litri del peso di 40 gr ciascuna. Per produrle sono stati impiegate mezzo milione di tonnellate di petrolio generando 450.000 tonnellate di CO2 e 190.000 tonnellate di PET non riciclato oltre a 65.000 tonnellate di PET riciclato.

Numeri impressionanti che suggeriscono di preferire l’acqua del rubinetto a quella in bottiglia.

L’acqua erogata dal rubinetto può essere facilmente migliorata istallando un semplice filtro multistadio di tipo certificato ed approvato dal Ministero della Sanità in grado di eliminare sino a livelli batterici elementi indesiderati dall’acqua. Si tratta di filtri facilmente installabili anche con operazioni “fai da te” e del costo inferiore ai 100 € che nell’uso domestico comune durano molti anni senza nessuna manutenzione. Questi filtri migliorano sensibilmente l’acqua dell’acquedotto pubblico e per chi apprezza l’acqua frizzante esistono dei semplici gasatori domestici sempre utilizzabili con l’acqua corrente.

Questi accorgimenti consentono di diminuire drasticamente i pesi da trasportare dal negozio a casa atteso che una confezione standard da sei bottiglie pesa oltre 9 Kg, contenere i costi eliminando l’acquisto di acqua minerale ed utilizzare acqua corrente e non rimasta troppo a lungo in bottiglie di plastica magari stoccate all’aperto e sotto il sole.

Ricordando come già i Romani sapessero bene quanto deleterio fosse l’esposizione alla luce solare e al calore per la salubrità dell’acqua.

Studio realizzato dai ricercatori della Facoltà di archeologia spirituale per ZERO99 onlus.