Specchio delle mie brame

Specchio delle mie brame

(Le fragilità umane nell’attuale società di Domenico Mastroscusa docente di psicologia Università Anglo Cattolica San Paolo Apostolo)

“Specchio, specchio delle mie brame…”, così dice la regina nella famosa
favola di Biancaneve.

Ogni casa è arredata con molti specchi, ma nessuno possiede quello magico.

Quello specchio che, un po’ maliziosamente e con molto cinismo, è capace di leggere il presente e prevedere il futuro. Ne siamo sicuri?

Cosa può, realmente, rimandarci uno specchio?

Beh! Apparentemente solo un’immagine statica di quello che siamo e di quello che, il più delle volte, non siamo capaci di accettare di noi stessi.

Ognuno si specchia più e più volte al giorno, ma quando non riceviamo risposta alcuna, così come nella favola di Biancaneve, tentiamo di dar vita allo specchio “animandolo” con le domande che più ci premono.

Ma, in questo “dialogo” quotidiano, cosa chiediamo veramente allo specchio?

Nient’altro che rassicurazioni sulle nostre ansie o conferme al nostro narcisismo e, quando queste non arrivano, diventiamo più timidi e insicuri, o ci arrabbiamo e rimaniamo delusi e feriti.

In effetti, viviamo continuamente in un mondo di specchi e quelli a noi più utili, sono indubbiamente rappresentati dai nostri familiari, dalle persone amate. È tramite loro che cresciamo, nutrendoci dell’affetto che riescono a darci.

Coloro che più frequentiamo, riflettono costantemente il nostro modo di essere, aiutandoci a meglio capirci e conoscerci, a crescere.

Tuttavia, non bisogna sottovalutare quanto, l’attuale organizzazione sociale ostacoli la formazione, lo sviluppo, la cura di legami affettivi stabili a partire da quelli di coppia, familiari e di genitori-figli.

Se la famiglia, l’ambiente relazionale primario, in cui sviluppare il modello di riferimento dei nostri legami più profondi e rassicuranti, sta per essere quasi completamente svuotata della sua dignità, dalla sua responsabilità e autorevolezza educativa; la società, d’altro canto, diviene sempre più un agglomerato di singole individualità.

Se, da un lato abbiamo la certezza che, la formazione di legami affettivi stabili, forti e sensati richiede dedizione, passione, tempo, capacità di elaborazione e riflessione; dall’altro ci rendiamo conto di vivere l’epoca della liquefazione di tali legami: tutto è compiuto di corsa, tutto è già passato, inafferrabile, tutto è cloud, etereo.

Difatti, ognuno di noi sperimenta quotidianamente la difficoltà nello stabilire legami di fiducia, collaborativi e soprattutto di alimentarli e mantenerli nel tempo. Anzi, sempre più spesso, abbiamo la tentazione di strumentalizzarli, mettendoli a profitto e di conseguenza svuotandoli di veri significati affettivo- relazionali profondi.

Assistiamo impotenti, all’olocausto di questi necessari spazi relazionali, utili alla ricerca dell’equilibrio fra l’Io ed il Noi, le cui conseguenze sembrano essere un maggiore isolamento personale ed una più viscerale instabilità e fragilità umana.

Lasciati  in balia di noi stessi fin da piccoli, nella nostra vita quotidiana
lo specchio più presente è rappresentato da uno schermo (la tv, il pc, lo smartphone), tramite cui la pubblicità esalta le nostre paure, le nostre insicurezze per indurci a soddisfarle, illusoriamente, con gli acquisti.

In ogni spot pubblicitario, siamo messi di fronte alla lusinga della vita e dell’immagine “perfetta”: la famiglia “perfetta” che, gioiosamente, acquista e consuma cibi e bevande; la donna eternamente giovane, bella, ridente e capace di raggiungere i suoi obiettivi con il semplice acquisto di un nuovo elettrodomestico fantastico; l’uomo altrettanto giovane e muscoloso, che fieramente delega il suo successo e la sua virilità al possesso di un’autovettura o all’uso di un dopobarba dall’essenza miracolosa.

Per poter vendere, la pubblicità deve far emergere le nostre insicurezze.

Spesso deve, sapientemente, creare bisogni fittizi da dover soddisfare con l’acquisto di un prodotto. Per funzionare, la pubblicità deve agire su un “vuoto”, o deve crearlo, esaltandolo fino al punto da convincerci che, solo la merce reclamizzata, potrà colmarlo. Purtroppo, però, un attimo dopo aver soddisfatto quel bisogno, eccoci subito pronti a “scoprire un altro vuoto”, a desiderare altro, ad essere indotti a soddisfarne un altro e un altro ancora.

Quello specchio – schermo diventa così il messaggero della nostra insicurezza personale, l’altare di una realtà illusoria, solo apparentemente felice.

E così, come nella favola di Biancaneve, anche nella vita, lo specchio-schermo non è più veramente freddo e statico, ma diventa uno strumento “magico”.

Perversamente magico, perché alla fine riesce a dare vita e corpo incarnando i riflessi dei nostri difetti, delle nostre paure, delle nostre ansie.

Questo specchio-schermo, riesce a mettere crudelmente a nudo le umane fragilità, esaltandole e facendole diventare, diabolicamente, l’unica immagine riflessa che prende corpo. Da oggetto passivo, diviene lo sceneggiatore ed il regista della nostra vita. Magicamente prende il nostro corpo, se ne impossessa, diventando l’unica realtà, la vera realtà, quella che per noi risulta definitiva, tangibile e concreta. Difatti, solo in quanto perfettibile, il nostro corpo viene imprigionato nella logica del desiderio, epifania concreta delle nostre angosce più profonde, divenendo teatro e mezzo di scambio economico.

Dunque, quale strumento migliore dello specchio-schermo in cui riflettere l’insicurezza personale?, la spasmodica ricerca della rassicurante “perfezione”?

Quale modo migliore di alimentare una già profonda solitudine esistenziale?

Quale progetto migliore per creare una nuova generazione di soggetti-consumatori esclusivamente desideranti?

Allora dobbiamo opporci, dobbiamo necessariamente riappropriarci del nostro tempo, accrescendo la qualità di quegli spazi affettivo-relazionali, a cominciare dalla nostra vita familiare. È utile ampliare la nostra partecipazione ai gruppi (politici, religiosi, di volontariato ecc) veri e non virtuali, in modo da avere –ed essere- specchi reali, al fine di sviluppare ed esercitare le nostre capacità di resillienza, di migliorare la nostra autostima in contesti relazionali concreti.

Abbiamo la necessità di rallentare i nostri ritmi.

S’impongono scelte  apparentemente difficili nell’immediato, ma che a lungo andare daranno i loro frutti. Curare le relazioni educative, offrire tempo, energia, senso, affetto e amore ai nostri figli può significare aiutarli a crescere con maggiore equilibrio, più sicuri, meno esposti alle lusinghe di una società centrata sull’effimero.

“Investire” il nostro tempo nella ricerca dell’essere più che dell’apparire, in ultima analisi significa migliorare la nostra qualità di vita e fare prevenzione primaria; contribuire a formare nuovi cittadini responsabili, meno isolati e in fondo agevolare la costruzione di una società diversa, attenta ai valori umani e non a quelli economici.

Domenico Mastroscusa
docente di psicologia Università Anglo Cattolica San Paolo Apostolo